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Alcune esperienze personali

Un decennio tra le note

A cinque anni ho iniziato a chiedere « perché siamo qui? », ma nessuno sapeva o voleva rispondermi, sino a quando, a causa delle mie lunghe insistenze, decisero di ignorarmi. Così mi sfogavo sulle pentole. Per attirare l’attenzione le rovesciavo picchiandone il fondo con le posate. Sì, effettivamente rompevo, ma non me ne rendevo conto, finché scoprii che ciò che ne scaturiva mi piaceva, il ritmo e i suoni che le posate generavano su quei fondi creava in me un profondo interesse e non picchiavo più per destare attenzione, ma perché mi piaceva. Ecco, questo è stato il motivo principale che mi ha portato a suonare la batteria.

A sedici anni suonavo con un complesso chiamato Los Gringos e, in una delle gare che si facevano all’epoca, vincemmo il primo premio di un concorso per complessi Beats organizzato dal Centro Didattico Musicale di Padova, un bello stimolo per continuare, potete vedere l’articolo nella foto allegata. Sono passati molti anni da quei meravigliosi momenti e non mi è rimasto molto materiale visivo da pubblicare. Desidero però citare alcune dei gruppi con i quali ho avuto il piacere di suonare, ringraziando tutti gli amici con cui, oltre al impegnarci in una infinità di prove per riuscire a presentare dei repertori musicali accattivanti ci siamo anche divertiti.

Con Los Gringos, oltre alla partecipazione ai concorsi musicali dell’epoca, ci si esibiva spesso nella sala ufficiali della caserma Ederle di Vicenza, dove, tra l’altro, ho conosciuto molti giovani ragazzi americani che transitavano lì per poi essere destinati alla guerra in Vietnam. Non ho saputo più nulla di loro, ma vi posso garantire che nessuno era così felici di andarci.

Avevo diciott’anni quando iniziai a suonare con gli Aedi Group. Erano appena ritornati da “Chissà chi lo sa” una trasmissione televisiva pomeridiana condotta da Febo Conti. Dalle loro parti erano molto conosciuti e potevano permettersi di scegliere gli elementi migliori, così mi ritrovai a far parte di un gruppo di batteristi da esaminare, e non vi nascondo che, quando fui scelto, non riuscivo nemmeno a capacitarmene! Rimasi con loro sino alla fine del 1970 anno nel quale iniziò la mia avventura da professionista con Renzo dei Delfini.

Renzo, era il cantante dei Delfini un gruppo famosissimo dell’epoca. Era composto da quattro elementi che, cosa abbastanza consueta nei gruppi musicali, ad un certo punto si separarono. Due di loro, Renzo e Sergio, continuarono con il nome Renzo dei Delfini, il batterista smise di suonare e al terzo elemento, Franco, rimase il nome originale: i Delfini. Più tardi suonerò anche con lui. Con Renzo abbiamo inciso un 45 giri. Il lato A conteneva la canzone dal titolo Il treno delle nove, il lato B La bilancia. Abbiamo promozionato il disco con due trasmissioni televisive (c’era ancora il bianco e nero), una in studio alla sede RAI di Torino e l’altra alle cinque del mattino, all’aperto nella spiaggia di Gallipoli. Non so quando la RAI le trasmise, a quei tempi eravamo sempre molto impegnati e non avevamo modo di soffermarci sulle cose già fatte. Erano fatte e basta. Poi toccava a qualcos’altro. Nell’ottobre del 1972 in uno studio musicale di Roma, avevamo quasi finito di incidere il nostro primo 33 giri quando per motivi contingenti decidemmo di dividerci ponendo la parola fine a questa fantastica avventura.

Rimasi libero per un po’ suonando qua e là, finché ebbi dei contatti con Red Canzian, che conobbi al Festival di Rieti nel 1972, al quale partecipavamo entrambi, io con Renzo dei Delfini e lui con i Capsicum Red. Tutti e due cercavamo nuove soluzioni musicali e così decidemmo di creare un trio. Sono state talmente tante le persone con le quali ho suonato in quel periodo, che non ricordo nemmeno il nome del terzo elemento. Comunque, mentre costruivamo il nuovo repertorio in una vecchia chiesa sconsacrata a Nervesa della Battaglia, arrivò una buona notizia per Red: i Pooh, dai quali era uscito Riccardo Fogli, gli chiesero di sostituirlo. Voi, al suo posto, cosa avreste fatto? Il resto lo conosciamo un po’ tutti.

Continuando con la mia avventura musicale fui richiesto alla batteria da un altro complesso famoso nell’ambiente Veneto: i Sabìa. Accettai e rimasi con loro fino alla fine del 1975, anno nel quale suonavo, alternandomi, anche con i Delfini di Franco Capovilla. Con i Sabìa mi ricordo una serata molto particolare che si svolse ad una grande festa all’aperto a Pordenone. In quelle feste un complesso conosciuto (in questo caso noi) suonava per tutta la serata facendo da supporto all’attrazione, che in quell’occasione erano gli Atomic Rooster, un gruppo inglese di fama internazionale; il cantante era Chris Farlowe una vera potenza e maestria della voce. La particolarità fu che il loro batterista ebbe un malore e lo spettacolo poteva essere compromesso. Non sto qui a dirvi come, ma la soluzione fu che io lo sostituii e, pur non conoscendo il loro repertorio, tutto andò a gonfie vele. Per me fu un onore e un fortissimo stimolo suonare con elementi di un livello musicale superiore al mio e ci riuscii lasciandomi andare, lasciando che il mio cuore e la mia mente vivessero spontaneamente la nuova situazione. Certo, un po’ di creatività e preparazione hanno molto aiutato! Con la musica ci si capisce più facilmente, non ci sono divisioni e, indipendentemente dal carattere personale, ognuno svolge al meglio il proprio ruolo perché il brano possa prendere forma: sul palco siamo uno solo, abbiamo tutti un unico obiettivo e si toccano, spesso inconsapevolmente, livelli vibratori molto, molto alti!

Nell’agosto del 1975, con i Sabìa suonavamo a Villa Alta, un famoso locale all’aperto di Riccione. Lì le serate erano particolarmente lunghe ed eravamo in due orchestre a darci il cambio. Gli altri erano Sonia Conti e le Cinque Lire un gruppo di Bologna composto da sette elementi, tra i quali c’era anche Gaetano Curreri. A fine stagione ci incontrammo e mi chiesero di sostituire il loro batterista che, per motivi personali se ne sarebbe andato. È sempre molto stimolante provarsi con altri elementi ed io avevo bisogno di nuove esperienze. Così, dopo i necessari accordi e le dovute precauzioni per non lasciare a piedi i miei colleghi dei Sabìa, con la loro approvazione, accettai.

Iniziò un nuovo periodo. Trovai un appartamento arredato a Bologna che condividevo con il trombettista di Andrea Mingardi, una persona veramente cordiale con il tipico “aplomb inglese” tanto che io, con meno aplomb di lui, gli lasciavo sempre i piatti da lavare e lui, ovviamente, non faceva una piega. Rimasi con loro per circa due anni, ma i tempi stavano cambiando e, un po’ per l’avvento della Disco Music, il cui ritmo mi trasmetteva lo stesso entusiasmo di un lavoratore alla catena di montaggio e per altre circostanze personali, smisi di suonare e iniziai una serie di attività che in poco tempo mi portarono a diventare un imprenditore nel settore grafico, un creativo pubblicitario e, successivamente un operatore shiatsu.

Comunicazione creativa e shiatsu

Nel frattempo, gli anni sono passati e con gli anni si sono moltiplicate le esperienze. Grazie alle mie attività ho avuto il piacere di collaborare con moltissime aziende: artigiani, commercianti, piccole industrie e multinazionali, tutte organizzazioni composte da persone, ed è con loro, le persone, che ho avuto un’ampia gamma di scambi che mi hanno aiutato a diventare ciò che sono adesso. In effetti, tra coloro che ho incontrato, tra ciò che ho letto, studiato e possibilmente praticato, ho avuto veramente molti maestri.

L’avventura dello shiatsu iniziò nel 1998, quando, con la mia agenzia di pubblicità, successivamente trasformata in un’agenzia di comunicazione creativa, iniziai a prestare la mia opera ad un’associazione culturale che ne diffondeva l’insegnamento. Collaborando con loro ebbi modo di conoscere e apprezzare quest’arte, tanto che decisi di iscrivermi al corso: quattro anni straordinariamente intensi in cui è successo di tutto e che, mi hanno aiutato a comprendere ciò che, con i miei studi e le mie letture, ero vagamente riuscito ad intuire. Oltre a curare la loro immagine, avevo pure creato una rivista molto particolare denominata TIAN TAN, con quattro dei sette numeri usciti in edicola.

Per alcuni anni, parallelamente alla mia attività di comunicazione, svolsi anche la professione di operatore shiatsu, con la quale compresi che alle persone serviva di più, avevano bisogno di mettersi in gioco per comprendersi. Avrei dovuto sviluppare dei corsi volti alla comunicazione interiore e alla crescita personale, ma lo studio, nel centro della città di Ferrara, non era sufficientemente spazioso. Occorreva qualcos’altro. Ed è così che nel 2007, con altre due persone, decidemmo di realizzare una associazione culturale dove poter trasmettere ad altri ciò che ognuno di noi aveva appreso nelle proprie passate esperienze. Quel nome ce l’avevo già da tempo nel cassetto e così nacque Comunicanima.
Con fatica e impegno riuscimmo a creare degli spazi sufficientemente strutturati, tanto che, oltre a una grande sala per i corsi, (yoga, shiatsu, meditazione, costellazioni famigliari, qi gong, linguaggio del corpo e altre discipline complementari) ne avevamo dedicata una anche ai trattamenti shiatsu. Era il primo anno, un anno di avvio e devo dire che tutte le attività del centro stavano prendendo la giusta piega. È stato in questo periodo che ho iniziato a proporre dei seminari molto particolari improntati su un mix di teoria e pratica che ottennero un ottimo riscontro e che mi fecero capire che quella poteva essere la strada giusta.

Purtroppo, ma anche per fortuna, la convivenza ci porta a conoscerci meglio e quello che prima si era fatto finta di non vedere, perché presi dall’entusiasmo, per scaramanzia, o semplicemente perché non volevamo vederlo, il tempo lo rivela esattamente com’è. E così, dopo il primo anno di co-gestione, decidemmo di prendere strade diverse. Per quanto mi riguarda, è stata comunque un’esperienza significativa. Dopo un lungo e necessario periodo di riflessione, infatti, lo spirito che mi aveva animato in quel periodo è ritornato più forte e più maturo portandomi alla creazione di questo sito.

Ah dimenticavo! C’è n’è voluto di tempo, ma alla fine la risposta alla mia domanda iniziale è arrivata: “a prescindere da ciò che facciamo e dalla strada che percorriamo, indipendentemente dalle persone che conosciamo e da quanto tempo stiamo con loro, siamo qui per sperimentare. Forse sarebbe utile ricordarlo quando ciò che accade non soddisfa le nostre aspettative.